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La nave infrangeva i flutti, cullandoci nella quiete dell’alba. Serafici con gli occhi ancora lucidi, testimoni d’una notte insonne dove l’onirico si mescolava con le gioie dell’appena vissuto, guardavamo le sfumature che, fuggendo alle nubi, frastagliavano il cielo e si riflettevano sullo specchio d’acqua. Tale visione, che nulla aveva da invidiare all’iconografia sacra, aveva posto in noi quel momento di riflessione individuale, quasi connaturata nell’essere umano alla vista del sublime. Nell’unicità di un’esperienza ormai alla sua conclusione ci si scinde, si lascia una parte di sé in quel luogo dove, da Kalamata a Salonicco, tra le rovine di Micene e le scogliere di Myrtos a Cefalonia, ci si sente pervasi da quel sentimento che, forse, colpì anche Orazio nel suo elogio: “Graecia capta ferum victorem cepit”. In effetti, ci si può dire conquistati come i Romani d’allora: tra gli scenari mozzafiato che quasi panteisticamente dissolvono l’anima nelle meraviglie dell’umano, all’aura sacrale del paesaggio naturale, sino alla dignità di quel popolo che, anche nello strazio della crisi, non smette mai di erigere templi all’humanitas, si incide nel nostro piccolo quel pezzo di grecità, troppo puro da esprimere con le sole parole. “Sono un essere umano, non ritengo a me estraneo nulla di umano” (Terenzio) è la massima che tutto muove, quella volontà di comprendere l’altro, di riconoscersi in quanto assieme unici ed uguali: le pene e le gioie dell’uno, in Grecia, da migliaia di anni sono le pene e le gioie dell’altro. È l’umano il grande protagonista del viaggio, è quell’umano che, nella bellezza come misura, ci insegna quanto, nella vita stessa dell’uomo, manca quella ripresa della grecità: dalle statue marmoree di aureo splendore al semplice “prendere le misure” nella vita di ogni giorno, nel conoscere finalmente la bellezza della comunità e dell’appianamento delle divergenze tra persone che sembravano non essersi mai conosciute per anni, si torna a quel principio per cui, prima di essere lavoratori e consumatori, si è in quanto umani, irriducibili e bisognosi l’uno dell’altro. È proprio questa la radice dell’humanitas: la nascita della democrazia e della diplomazia, l’importanza del coniugare liberi pensieri entro una prospettiva che andava oltre la Città-Stato, l’arte come patrimonio universale, portano tutt’oggi l’uomo alla catarsi. Mondare l’uomo dalle impurità della vita, dalle necessità che divengono catene, è un viaggio verso noi stessi dove il parlar franco, la parresia, non diviene solo atto socratico imprescindibile nella dimensione sociale dell’uomo, bensì assume un significato che si volge verso l'animo di ognuno di noi. È la necessità di riappacificarsi, la necessità d’essere, almeno per un momento, in armonia con sé stessi e con gli altri, senza aver bisogno di apparire o di esser triviali, perdendosi nella purezza dei corpi e nella magnificenza dei panorami: mai farsi un esame di coscienza assume un valore simile se non nella profondità di tale attimo. È mentre questi conti con se stessi venivano saldati, accarezzati dalla brezza mattutina, si abbandonava quella costa di Dei, eroi ma, principalmente, di uomini. Elia Pupil